Siamo obbligati a ridefinire i principi base della Food Security, ma cosa significa?

Siamo obbligati a ridefinire i principi base della Food Security, ma cosa significa?

“Making sure everyone has access to affordable, healthy and nutritious food in cities is key to achieve global food security and the Sustainable Development Goals.
How can we make urban food systems more sustainable?”
(FAO 2020)

Dovremmo scommettere su scenari futuri, e trovare soluzioni per garantirci quelle fondamentali certezze che rasserenano da sempre le nostre vite, vite in cui la Food Security assumerà una centralità oggi solo parzialmente attribuitole: "La sicurezza alimentare esiste quando tutte le persone, in ogni momento, hanno accesso fisico ed economico a cibo sicuro e nutriente che soddisfa le loro esigenze dietetiche e le preferenze alimentari per una vita sana ed attiva". (World Food Summit, 1996).
I quattro pilastri della Sicurezza alimentare -disponibilità, accesso, uso e stabilità- saranno perciò i concetti su cui riflettere per costruire i prossimi nuovi sistemi di gestione del cibo. Soluzioni che garantiscano disponibilità di alimenti di qualità adeguata e controllata, possibilità di accedere e acquisire i corretti alimenti per un corretto profilo nutritivo, garanzia di poterli usare in maniera sicura e controllata, anche attraverso un percorso di tracciabilità e sostenibilità certificato e leggibile in etichetta, e sopratutto certezza della costanza, di potervi accedere in ogni momento.

Abbiamo osservato come siano stati profondamente intaccati stabilità di approvvigionamento e processi di accesso, dobbiamo operare perché ciò non accada in futuro. La stabilità è stata minata non tanto a causa di emergenze produttive, piuttosto per necessarie rimodulazioni logistiche. Se infatti, come ripetutamente comunicato dagli organi governativi, la produzione alimentare è sempre stata mantenuta attiva e operativa, seppur tra difficoltà gestionali, la catena è risultata parzialmente deficitaria sui processi distributivi. Ciò sopratutto per le attività di necessaria messa in sicurezza degli operatori, degli ambienti di lavoro, delle attività preventive e protettive, che hanno forzatamente generato rallentamenti e rivisitazioni delle programmazioni di logistica. Il processo farm-to-fork fino a ieri trasporto-centrico ha mostrato vulnerabilità. Dovremo quindi ridisegnare il concetto di approvvigionamento attorno alle necessità dell’uomo, pensando sistemi di produzione che si affranchino dai processi logistici, vicino al consumatore dove possibile. L’accesso dovrà essere costante, semplice, naturale. Le logiche di Food Access dovranno considerare a monte strategie di approvvigionamento costruite non più attorno al prodotto comfort, quanto sul prodotto necessario, quindi tracciabile, controllabile, con etichetta leggibile, continuo, costante, sostenibile, vicino.

La Food Security è un pilastro fondamentale dell’essere umano. Dalle generazioni Sapiens l’uomo ha riempito le proprie giornate per accaparrarsi non cibo, ma la certezza di poterlo avere. E’ una linea sottile quella che divide avere da possibilità di avere, quello che oggi definiamo Accesso. I pilastri della Food Security sono quindi come improvvisamente tornati attuali, scatenando dibattiti sui propri concetti e spingendo a fornire soluzioni. Ci siamo trovati spiazzati, in bilico su un deficit della catena di approvvigionamento che oramai consideravamo abituale. Ci stiamo accorgendo di come sia completamente azzerato, in maniera così rapida da ritenerla impossibile, il canale horeca, sia per assenza di domanda che per difficoltà di approvvigionamento. Abbiamo quasi totalmente dirottato i nostri acquisti alimentari verso format distributivi più certi, sicuri, estesi, come la GDO, con ricorso dove possibile anche ai negozi di vicinato, dovuto alla necessità di muoversi il meno possibile.
L’Accesso al Cibo è stato da sempre un fattore rassicurante, asservendo una sorta di ruolo di commodity più che di strumento di necessità. Semplicemente, le nostre generazioni non ricordano la premura di preoccuparsi della possibilità di ottenere cibo, lo avevamo e nei differenti format distributivi, dal negozio a conduzione familiare sotto casa, all’iper di prima periferia.
In queste settimane, purtroppo, è stata incrinata non tanto la certezza di ottenere il necessario cibo - peraltro sempre presente e sempre distribuito - quanto la modalità acquisita di accesso al cibo stesso. Il cibo è presente nei supermercati, nei negozi di quartiere, negli iper, abbiamo però dovuto rivedere il modo di accedervi. Se la spesa nelle scorse settimana ha visto un incremento importante di oltre 27%, la frequenza di acquisto si è indebolita di ben il 17%. I due valori, in comparazione incrociata, sono un importante indicatore.

La capacità di ottenere cibo, di accedere all’acquisto, ad ogni scala del mercato, ci è stata improvvisamente come hackerata, resa più difficile, non consueta. Alcuni spazi distributivi come supermercati o ipermercati sono d’improvviso divenuti cattedrali viventi in un deserto di gallerie confinate e chiuse, come un faro luminoso al termine di un insieme di corridoi morti, spenti, appassiti come le persone che li percorrevamo. La nuova dimensione di accesso al cibo in quanto approvvigionamento consumer ci ha dapprima trovato increduli e naturalmente spiazzati, poi responsabili ma pur sempre ancora relazionati ad una restrizione all’accesso che consideravamo temporanea. In breve stiamo tutti iniziando a comprendere come forse, seppur non tirata al limite, questa condizione entrerà a far parte del nostro quotidiano, una nuova modalità di accesso, mentre solo quando riusciremo a metabolizzarne la obbligata novità, allora ritroveremo comfort e rassicurazione. Arriveremo ad avere fiducia in un nuovo processo di approvvigionamento. Solo allora esso assumerà nuovamente ruolo di utilità, maturata ed assimilata.

Ci troviamo dunque nella imprevista possibilità di ridisegnare i protocolli alla base del Food Access, una grande opportunità, da sfruttare in maniera scaltra.

L’’asse attorno a cui ruoterà il nuovo sistema sarà l’avvicinamento della produzione al consumatore, contro-ribaltando la strategia attuale filo-logistica che impone produzione in aree lontane dal consumo e necessità di trasporto massivo. Ritornare a produrre accanto all’uomo, inoltre, significa riacquisire la consapevolezza del cibo stesso. La produzione era divenuta anch’essa azione di mass-marketing, seguiva logiche distributive invece che asserventi la necessità dell’uomo, viaggiava in media centinaia di chilometri, con una impronta emissiva elevata, senza una etichetta di prodotto completa e facilmente leggibile dal punto di vista della sostenibilità della serie di processi intervenuti dal seme allo scaffale. L’atto di accesso era veloce, secondario, non riflettuto, compulsivo, una azione di acquisto piuttosto che di approvvigionamento. Il cibo aveva assunto genericamente il ruolo di bene di consumo, non di primaria necessità. Ora siamo nella possibilità di rimodellare la catena e il processo Farm-to-Fork, dovremo solo prenderci la responsabilità di operare in maniera più antropocentrica, come in un nuovo Rinascimento, riflettendo sulle necessità dell’uomo in quanto persona e non consumatore.

Ridisegnare il concetto di Food Access significa considerare di pretendere cibo fresco tutti i giorni, costante, completo, naturale, sostenibile, e sopratutto la consapevolezza della possibilità di accedervi. Oggi produciamo, ovunque vogliamo, poi trasportiamo, ovunque necessiti. Domani dovremo produrre vicino al consumatore, azzerare i trasporti e il conseguente spreco alimentare.
Produzione e acquisto sono legati da un segmento che dovremo ridisegnare. Avvicinare la produzione al consumo, portarla all’interno anche dei centri di consumo, significherà accorciare questo segmento, disegnare una catena di approvvigionamento che dovrà affrancarsi dalla movimentazione. In sostanza, dovremo pensare di produrre laddove offriamo. E se non sembra possibile decentrare l’esperienza di vendita verso le odierne aree di produzione, allora sposteremo queste ultime verso i punti di acquisto e di approvvigionamento.

Le diffuse previsioni IPCC 08/19 disegnano scenari demografici in cui il 70% della popolazione globale di circa 10 miliardi risiederà in nuclei urbani, generando una richiesta di incremento di prodotto alimentare di oltre il 60% rispetto all’attuale, e totalmente essere disponibile all’interno dei contesti urbani futuri. Ecco che i protocolli di Food Access dovranno essere riorganizzati riflettendo sulle modalità di produzione oltre che di approvvigionamento. Se soluzioni di inclusione urbana della totalità delle filiere oggi sono ancora in via di sperimentazione, Floating Farm a Rotterdam per esempio https://www.vertically.it/2019/11/07/floating-farm/, sistemi locali ed urbani di produzione orticola sono oramai sviluppati e in forte crescita, anche in Italia.
Vaste aree urbane nel mondo sono infatti interessate da fenomeni di Agricoltura urbana, aree totalmente dedicate da modelli di gestione della produzione orticola molto vari.
L’Urban Farming sta espandendosi in US https://www.vertically.it/2019/12/05/gotham-greens-providence/ e Asia https://www.vertically.it/2019/12/14/metro-farm-seoul/ come oggi in Europa. Fenomeni nordeuropei, inglesi, danesi, olandesi, francesi -cito i 14,000 mq sui tetti di Expo Porte de Versailles di Parigi XV del progetto Agripolis https://www.vertically.it/2019/09/08/agripolis-porte-versailles/- devono poter essere fonte di valutazione ed analisi per i nuovi protocolli di Food Access. Sono modalità che producono un importante indotto occupazionale, di impresa, sociale, producendo cibo sano e naturale dentro le città, vicino alle persone. Al contempo, svincolano l’agricoltura tradizionale liberandola dal giogo delle logiche sia logistiche che distributive, e magari offrendole la possibilità di un ritorno alla gestione semplificata, diretta, come alla produzione di un prodotto qualitativamente più elevato.
Se possiamo considerare Urban Farming un complesso di soluzioni locali di produzione, legate a corda stretta a impostazioni tradizionali e a ciclo solare ed ambientale, è però il Vertical Farming la tecnologia cui dovremo riferirci in futuro.

Vertical Farming significa coltivare in ambienti chiusi e controllati. L'agricoltura ad ambiente controllato (CEA) cresce colture in un ambiente protetto e ottimale come una serra, ma a differenza di questa ha enormi benefici produttivi che derivano dal fatto di utilizzare spazi chiusi, non relazionati a variazioni climatiche, ambientali, atmosferiche.
Il Vertical Farming non utilizza suolo e sviluppa la propria produzione in altezza, non in estensione, impostando le proprie metriche valutative su parametri cubici, non superficiali.
Non utilizza il grande volume di acqua interessato dalla agricoltura tradizionale, ma ne usa solo una piccolissima percentuale.
Non utilizza pesticidi, non ne ha bisogno coltivando in celle controllate, asettiche, in cui non esiste contatto alcuno con la persona e con l’ambiente, proteggendo le colture da agenti infestanti e infettanti. Sopratutto, seppur a discapito di una componente energetica più elevata, coltivare al chiuso, in verticale, in ambiente controllato, permette di costruire un ciclo completo in cui, seeding-to-packaging, il primo che maneggia il cibo è il consumatore finale che assume il prodotto.
Avere una produzione al chiuso, svincolata da imprevisti climatici o atmosferici o ambientali, completamente esente da contatto umano è un asset importante.
Dovremo inoltre privilegiare, tra le varie soluzioni di Vertical Farming, i sistemi con completo automatismo della coltivazione e del packaging rispetto a sistemi ibridi in cui ancora l’apporto umano diretto continua ad essere generoso. A fronte di una riconversione perciò del ruolo dell’operatore di farm, avremo un processo che annulla ogni possibilità di contatto infettante, mentre apporterà maggior rassicurazione e certezze, e non solo una barriera contro-batterica o contro-virale.
Nella gestione di un modello di Vertical Farming, poi, riuscire a ricollocare il proprio concetto industriale e rimodellare la scala riducendo ai minimi la distanza col p.o.p., significa aprire alla riflessione su un salto di gamma commerciale, incrementando perciò l’offerta col prodotto fresco intero, esente da trattamento, assieme al prodotto di IV gamma. La produzione da Vertical Farming è costante, continua, presente tutti i giorni dell’anno, sana, controllata e apportatrice di parametri nutritivi assoluti.
Esiste perciò la possibilità concreta di coltivare e produrre cibo ovunque lo si voglia, creando al massimo delle logistiche locali o a basso impatto. Nella sola Europa strutture di Vertical Farming continuano a siglare accordi di distribuzione commerciale con player come Casino, Intermarché, ma anche Metro e Amazon Fresh per integrarsi di una distribuzione capillare laddove esista impossibilità di accesso diretto. Solo dei processi di produzione industriale al chiuso permettono di gestire programmi di raccolta e consegna certi, come timing e quantità, perché semplicemente non relazionati agli eventi esterni. Quindi, appetibili per le moderne micro-logistiche.

Se soluzioni di produzione urbana, in primo luogo le Vertical Farm, apportano soluzioni dirette di accesso al cibo, il riuso di spazi immobiliari in disuso o in ridisegno potrebbe chiudere il cerchio.

I framework TOD sugli interventi di ridisegno urbano in relazione alle direttrici di transito -Transit Oriented Development- mostrano come i sistemi multi-centers siano vincenti rispetto ai single-center nella costruzione dei futuri scenari. Significa non disporre l’area urbana del futuro attorno ad un unico centro pulsante e completo, ma dividerla in più micro aree ognuna indipendente, mantenendo come centrici esclusivamente i servizi apicali. Esplodere le condensazioni urbane singolo-centriche in più micro-centri autonomi significa oltremodo dividere i flussi demografici e le loro direttrici verso più target, semplificandone la gestione. Uno dei principali quesiti relativi al movimento demografico verso i nuclei urbani sarà la necessità di produrre calorie edibili nell’ordine del 160-170% la produzione attuale. Ma se la soluzione è possibile, dobbiamo considerare le conseguenze della gestione alimentare per una popolazione urbana incrementata del 70% e gestirne sopratutto lo spreco. Il Urban Waste Management dovrà non solo proporre soluzioni mirate al drastico abbattimento degli sprechi urbani pro-capite, ma anche lavorare a monte domandando sistemi di gestione della filiera produttiva alimentare che generino possibilità ridotte di spreco. Più bassa la massa in entrata, più agevole il filtraggio in uscita. La crisi attuale accresce non solo l'importanza e l'urgenza delle tecnologie che aumentano la produzione alimentare, ma di quelle che riducono gli sprechi e migliorano la sicurezza e la trasparenza.
Il Food Access, in termini di tecnologia produttiva, non può non considerare le direttrici di movimento e di trasporto, come il senso del flusso e il ridisegno della mappa urbana, con conseguente localizzazione dei servizi diretti alla persona, tra cui la produzione e l’approvvigionamento del cibo.
Le aree della prima periferia di oggi sono le migliori su cui insistere per installare impianti di nuova Orticoltura, perché saranno, nei prossimi decenni, gli anelli centrali della città in espansione, nelle quali oggi è però ancora possibile valutare investimenti immobiliari di portata industriale. Inoltre, esiste in queste aree un’enorme offerta di immobili oggi in disuso, o in ridisegno, o in ricollocazione, alimentando sinergie possibili con i nuovi sistemi produttivi orticoli. I volumi dei centri commerciali di oggi potrebbero essere di enorme interesse per una prossima ricollocazione d’uso e trasformarsi in veri hub produttivi e di vendita diretta.
Dovremo affrontare un ridisegno degli attuali spazi, centri di assembramento demografico che dovrà forzatamente essere rivalutato. I centri commerciali, catalizzatori di frenesia compulsiva all’acquisto fino a ieri, dovranno fare i conti con un totale ridisegno e ricollocazione dei propri asset, nella maggioranza dei casi sviluppati attorno a format di vendita alimentare, super o iper-mercati, oggi gli unici spazi attivi al loro interno. Le società proprietarie dei centri commerciali attuali dovranno riflettere su future strategie di gestione degli spazi.
Soluzioni urbane come il Vertical Farming o soluzioni locali di produzione possano perciò assumere un ruolo di aggregazione tra le società di real-estate in possesso di spazi da ricollocare e le GDO nella necessità di ridisegnare le strategie di offerta.
Deve esserci perciò convergenza di programmi tra le società di Vertical Farming e le proprietà immobiliari dei centri commerciali, sia sulla gestione degli spazi in ricollocazione che della capacità di produrre al chiuso.
Questa convergenza potrà offrire, se sfruttata, una soluzione di Food Access innovativa ed educativa nei confronti del consumatore, ne cancellerà dubbi lasciando solo certezze.

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